Borderland – Mediterraneo, racconti di un’istallazione

9 – 24 Marzo 2018

 

Borderland – Mediterraneo

Una istallazione effimera a più occhi e due sole mani

 

Non so il perché, ma per una strana associazione di idee, la barca sfondata dell’installazione Borderland – Mediterraneo dell’artista italo-argentino Raul Eduardo Rodriguez, mi ha fatto subito pensare alla biblica (b)arca di Noè. A rifletterci un po’, devono essere state le travi di quei legni assemblate alla meno peggio con alcune cerniere metalliche nel bosco del Colle di Lucoli nell’aquilano –  provenienti dalle macerie del sisma di nove anni fa  –  a rimandare dritto dritto la mia immaginazione ai frammenti lignei della probabile, vera  Arca di Noè che vari ricercatori hanno individuato e prelevato sul Monte Ararat con una serie di escursioni per la successiva analisi fisico-chimica attestante una loro età compatibile con quella biblica. Non solo. Oltre alle componenti simboliche della barca e del monte, almeno un altro paio di rimandi metonimici presenti nella frastagliata installazione di Rodriguez, devono aver agito nei miei collegamenti sinaptici: il colore azzurro dell’acqua marina dipinto – dopo aver tolto la traballante corteccia smangiucchiata dai tarli – sul tronco dell’albero crollato che fa da ponte e sostegno alla barca sospesa a mezz’aria, nonché quella fragile sfilza di mini-sagome umane e stelle. Appese come sono ad una serie di esili “fili della speranza” smossi dal minimo alito di vento, saranno inesorabilmente inghiottite, o meglio buttate alla stregua di rifiuti umani, tra le mortifere braccia del dio Nettuno.  Ma, andiamo con ordine. Proviamo a girare adesso, anche con l’apporto del lettore di questa nota critica, un breve filmato in tre tempi sulla genesi, la dinamica e il successivo approdo di alcuni avatar mediatici di Borderland – Mediterraneo nello spazio espositivo della libreria Polarville e della Sharky Art Gallery, ove sono però presenti anche il suo bozzetto ed altre 4 empatiche opere.

 

I Tempo

 

Raul Rodriguez e la sua compagna, mentre camminano in un bosco situato nei pressi della loro nuova residenza lì stabilita dopo lo sfratto dal centro storico della città federiciana dove abitavano, sfratto dato ben nove anni fa dall’inesorabile Mr. T (il Sig. terremoto, protagonista di alcuni miei racconti), notano il tronco abbattuto da una tormenta. Primo impulso dell’artista: segarlo per poi utilizzarne le singole parti in una istallazione dedicata alle stragi dei migranti nel Mediterraneo. Sarà invece il successivo schizzo di una barca fatto d’empito su uno scontrino di cassa (anch’esso sarà esposto) a dare il via alla scelta definitiva. Il primo problema da risolvere è consistito nel rendere compatibile visivamente lo scenario naturale di un bosco abbandonato a sé stesso, con le continue ecatombi di migranti (donne, bambini, giovani, su tutti) affogati nel Mediterraneo. Affidare il proprio sdegno, di fronte ad una cronica ingiustizia esistenziale, con una realistica rappresentazione della tragedia così come ha fatto l’artista cinese Ai Weiwei emulando la riversa postura dell’esamine corpo riverso sulla riva del mare del piccolo siriano Aylan Kurdi diffondendo poi la foto virale sui social media – nulla avrebbe aggiunto in termini di “denuncia creativa”, a questa e alle tante altre opere i/spirate (si fa per dire) all’immane mattanza tuttora in corso.

Raccontarla, invece, in modo soft, così come si fa con le fiabe spesso ambientate proprio in un bosco, è sembrata la via più opportuna. Da qui la scelta minimalista dell’assemblaggio di materiale quasi tutto di scarto reperito anche in situ (i due rami-remi compresi, sulla cui estremità sono stati apposti sottovasi in plastica rivestiti con cartapesta trattata poi con ceralacca), con le corde di iuta sorreggenti la malandata “carretta del mare”.

Delle infantilizzate sagome di figure umane e stelle che attorniano, come esili liane l’intera, surreale scena, già si è detto. Da aggiungere ancora il nastro di una quindicina di metri (simulante il trasporto velenoso di monete da 50 euro), le due paia di scarponi (da donna e da uomo) anch’esse sospese, una gabbia arrugginita, un wc rotto e un contenitore di benzina da cui si dipartono o approdano rotoli di PVC (gli ultimi tre, sempre reperiti in loco).

Sarà comunque l’inquietante, enigmatica presenza della raddoppiata sagoma (anch’essa lignea) d’un Pulcinella-burattino, a cavalcioni sul tronco, a renderci partecipi della sua imbelle testimonianza di ciò che gli scorre passivamente sotto gli occhi così come avviene per ognuno di noi di fronte ad uno schermo televisivo, a trasmutare la tradizionale commedia dell’arte in angosciante tragedia greca dei nostri amari giorni.

 

II Tempo

 

A chi è diretto il messaggio etico-civile della solitaria installazione effimera di Rodriguez, destinata ad essere in gran parte ricoperta da foglie e sicuramente sbrindellata da tormente, nevicate, gelo molto frequenti in queste selvagge zone montane? Forse a rarissimi, occasionali passanti, anziché al tradizionale pubblico amante dell’arte contemporanea. Da qui, la chiamata in causa, da parte dell’artefice di Borderland – Mediterraneo, di nove interlocutori artisticamente qualificati, muniti di macchina fotografica, smartphone e telecamera, per ri/narrare a loro volta, con una o più foto, o ancora, con un video, il singolare incontro con un’opera-ambiente dai connotati non usuali.

Così, alla spicciolata, tra il 2 settembre 2017 e il 28 gennaio 2018, in ordine cronologico Luca Di Giacomantonio, Giampiero Duronio, Stefano Pettine, Serena Vittorini, Lorenzo Di Cola, Roberto Soldati, Sonia De Michele, Antonio Di Cecco, Roberto Grillo si sono recati sul luogo evocante gli “assassini sociali di massa”, al fine di documentare con le loro immagini, questo o quell’indizio salvico d’una basica bellezza da preservare a tutti i costi, nonostante la repellente malvagità con cui è stato commesso il crimine. Ed ecco le loro scelte, visibili nelle due mostre allestite per l’8 e 9 marzo 2018 nei due spazi espositivi.

Luca Di Giacomantonio, con la prospettiva rovesciata del sotto in su, riprende il particolare di onde e migranti; Giampiero Duronio e Stefano Pettine propongono, oltre alla versione scenografica dell’insieme, zoomate sulla poppa, Pulcinella e dell’omino centrale; Serena Vittorini porta temporaneamente nel suo studio un paio di scarponi e, quindi, li fotografa giustapponendoli; Lorenzo Di Cola sofferma la sua attenzione su questo o quell’omino, sia esso recluso nella gabbia o sballottato dal vento; Sonia De Michele sceglie le onde dipinte sulla plastica e un realistico particolare dell’installazione mescolando incrociabili punti di vista prospettici; Roberto Soldati concentra prevalentemente la sua attenzione con lo sguardo veloce d’uno smartphone, su un Pulcinella visibile anche in 3 D grazie ad una sua invenzione tecnologica; Antonio Di Cecco propone una bluastra atmosfera notturna avvolgente i dettagli  della prua e 4 sovrastanti migranti; Roberto Grillo, infine, con la consolidata poetica personale della “sfocatura”, fotografa l’artista, trasmutandolo così in uno dei tanti anonimi protagonisti di Borderland – Mediterraneo.

 

III Tempo

 

Veniamo adesso alle due mostre pressoché contemporanee allestite autonomamente, ma da considerare unitarie (spazio espositivo a parte) nella libreria e nella galleria.

Nella prima, s’incontrano le foto scattate dagli altri coautori della versione mediatica di Borderland – Mediterraneo e due gigantografie (bozzetto dell’intera installazione più lo schizzo della barca disegnata sullo scontrino). Nella seconda, oltre al bozzetto originale realizzato su carta con tecnica mista, è visibile anche lo scontrino. Ma, sono quattro opere lignee, anch’esse screziate dai tarli, già presenti nella precedente mostra personale “Tarli & Tarli” di un paio d’anni fa, a certificare la continuità espressivo-poetica di Rodriguez sul fronte operativo d’un artista impegnato full- time, nella sua trentennale ricerca, sui diritti negati, sul pacifismo senza se e senza ma, sulla  solidarietà universale e non pelosa verso i più deboli e reietti di una società in cui dittature e tirannie di ogni tipo o pseudo democrazie taroccate continuano a farla da padrone sotto la regia occulta delle multinazionali e della criminalità organizzata.

Tra i suoi tanti cicli, da me seguiti anche con inviti a tenere mostre personali (normalmente installazioni) o di gruppo, mi limito a rammentare “Arte contro la violenza” (1988), “Piazza Tienanmen” (1990, all’Angelus Novus), “Balcani” (1999), “Desaparecidos” (2000), “Claro-oscuro” (2009). E, proprio quelle quattro tavole malridotte, sfiorate appena da una cromia azzurrognola su cui sono a volte adagiati alcuni anonimi reperti, sintetizzano, con i relativi “quasi haiku” scritti a mo’ di titolo didascalico, quella continuità poetica segnalata più sopra: “L’ago cerca la traccia / Ramingo / Racconta il tuo viaggio; Mare d’inverno / Mare d’estate / Corpi Rigonfi; Impronte nella sabbia / Impronta nell’acqua / Raccontano; Universi diversi / per questo mare / di unioni negate”.

Qui ed ora, il dialogo fitto fitto tra le opere della rastremata arte di Raul Rodriguez e quella appena sussurrata delle foto e del breve video dedicati dai nove compagni di viaggio a Borderland -Mediterraneo, si fa veramente corale diffondendo, con la complice atmosfera di tutto il “non detto”, il profumato alito di un’Arte contemporanea degna di tal nome.

 

L’Aquila, fine febbraio 2018

Antonio Gasbarrini

 

(Art Director del Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus”)

 

 

Opere in mostra

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