Montagne da camera – ARIA

Cosa vuol dire “Montagne da camera – ARIA”? E’ un gioco di parole.
Si gioca fotograficamente con coperte che vengono trasformate in montagne, in una visione quasi surreale.
E’ una visione avvenuta per caso: agli occhi di Giordano Cianfaglione le pieghe delle coperte della sua stanza si sono trasformate in profili di montagne e sentieri.
Fotografando le coperte da vicino con un teleobiettivo, Giordano vaga tra nuovi sentieri che forse inconsciamente ricordano le sue montagne, quelle che contornano la sua città, L’Aquila, che sono tuttavia immaginarie. Un teleobiettivo generalmente utilizzato per le lunghe distanze, che ha invece permesso all’autore di addentrarsi nelle pieghe del paesaggio, estremizzandone gli effetti e facendo sì che venga percepita una morbida lontananza. A volte lo stesso punto viene fotografato da diverse angolazioni, con tagli di luce differenti che generano paesaggi sempre nuovi.
Montagne da camera, non solo perché realizzate in camera, ma perché si fa riferimento alla musica ed in particolare alla musica da camera, alle sue atmosfere intime e raccolte, al suo potere di immaginare ed evocare mondi.
L’aria in musica si contrappone al recitativo e rappresenta il momento in cui la forma musicale, con le sue simmetrie e regole prende il sopravvento sul dialogo e l’azione. L’aria rappresenta una pausa, un momento in cui il tempo rimane sospeso e lo spettatore può finalmente accedere all’intimo sentimento del personaggio.

E’ quanto avviene con queste fotografie, che così interpretate diventano quasi uno spartito musicale. Il dinamismo dei paesaggi e la pausa mediale. Le montagne di Giordano si riferiscono a una natura intima,
come intima e raccolta è la musica da camera, con l’aria che diventa lo spazio bianco che si interpone tra i dittici delle fotografie; un respiro, un momento di pausa. Uno spazio bianco al contempo determinato e indeterminato; determinato nel suo essere tra due paesaggi ben definiti, indeterminato nel suo non colore.
Uno spazio al cui interno può accadere di tutto, dove liberarsi dalle costrizioni. Un momento che, proprio per la sua natura ambivalente, diventa parte fondamentale dell’ intera oper-azione.
La pausa è anche un’interruzione, un taglio, dice Giordano. Ed allo stesso modo per lui anche la fotografia, l’inquadratura, è un taglio nel continuum del reale. E’ un atto inclusivo e al contempo esclusivo. Ciò che è stato incluso in quella forma è solo un’infinitesima possibilità tra tutte le infinite possibilità che sono rimaste fuori. “Io buco la tela e da lì passa l’infinito”, diceva Lucio Fontana dei suoi tagli sulla tela, in una frase molto amata da Giordano. Ed è così che in questi tagli, in queste pause, passa ora l’infinito.
Non solo le fotografie in quanto tali, ma piuttosto l’installazione in sé parla di un’atmosfera intima e raccolta; sono degli zoom quasi casuali su coperte che diventano montagne, trasformate nelle loro pieghe in sentieri e profili attraverso cui l’occhio, ma anche il corpo stesso si perdono piacevolmente. Nello spazio della galleria gli spazi bianchi evocano il silenzio, che paradossalmente non esiste, perché in realtà esso ha un suo suono, è una condizione del suono. E’ materia sonora: sottolinea e amplifica i suoni, li rende più vibranti, ne preannuncia l’entrata, crea suggestivi effetti di attesa e sospensione. Il silenzio è un mezzo espressivo, è pieno di potenziale significato.
Un lavoro complesso in cui vi è una stretta relazione tra musica, immagine e performance, intesa come interazione con l’ambiente. Musica, fotografie e movimento si stimolano a vicenda, entrano in sintonia tra loro e con lo spettatore, che diventa a sua volta attore protagonista e performer. C’è dinamismo, interazione e immedesimazione all’interno di questo spazio creato (dalla macchina fotografica e dalla disposizione), veduto (dagli occhi), immaginato (dalla mente), vissuto (dal movimento del corpo) e infine ascoltato.
L’opera non sono solo le fotografie, ma piuttosto “l’ascolto”, “il mettersi in ascolto” proprio come disposizione d’animo.
Un’opera che è anche e soprattutto un atto d’amore dell’autore per la sua città, che lo riporta a casa. Un’opera aperta a infinite possibilità, co-creata dallo spettatore che fa esperienza di questi luoghi varcando la soglia della galleria, da dove già si intravede il Gran Sasso, che sente l’infinito di cui parla Giordano o altro.

Sara Cavallo
Art Director Sharky Art Gallery