RICORDATI CHE DEVI MORIRE…Sì Sì, MO ME LO SEGNO!


La morte è un argomento così pesante, sarebbe bello fare qualcosa che le ridesse in faccia. 

D. Hirst


For the Love of God, Damien Hirst, 2007

Nel 2007 Damien Hirst decide di investire 14 milioni di sterline per guadagnarne, grazie ad una vendita alla White Cube di Londra, 50 milioni; questo è il valore di “For The Love of God”, famosa per essere l’opera con il prezzo più alto mai pagato per un artista ancora in vita.

“For The Love of God”, “Per l’amore di Dio, cosa farai la prossima volta?”, frase ricorrente della madre dell’artista davanti alle opere del figlio.

L’opera è costituita da un calco di platino di un cranio umano appartenuto ad un giovane vissuto nel ‘700 e tempestato da 8.604 diamanti puri (per un totale di 1.106,18 carati), sulla fronte è posizionato un diamante rosa a forma di goccia da 50 carati; l’unica parte autentica del teschio sono i denti, risalenti al ‘700.

Come altre creazioni dell’artista, essa riprende il tema della morte accentuandone la caratteristica peccaminosa. Ci troviamo davanti a una perfetta incarnazione della locuzione latina “Memento mori”: nell’antica Roma veniva rivolta ai generali trionfanti per ricordare loro che non erano immortali; oggi anche Hirst vuole ricordarci che la nostra esistenza sulla terra è transitoria. 

A livello formale, per realizzare l’opera, Hirst trae ispirazione dalla cultura dell’America Latina, dove si celebra “El dìa de los muertos”: grande festa che celebra i defunti con musica, bevande e cibi tradizionali e con colori vivaci, combinati a diverse rappresentazioni caricaturali della morte.

L’immagine di For the Love of God ci potrebbe sembrare strana e singolare ma in realtà non è affatto una novità: a ben guardarla potrebbe richiamare le reliquie dei santi che affollavano le chiese nel XVII secolo o anche alcuni capolavori del Barocco che ricordano allo spettatore proprio la vanitas e il memento mori. Durante tutto il periodo Barocco, quando Bernini addobbava i monumenti funebri di San Pietro con scheletri dalle ali dorate, il tema della morte si insinua nelle opere di pittori, scultori e decoratori: rubini e pietre preziose hanno adornato teschi e scheletri, simboleggiando a un tempo la caducità della vita terrena e l’eternità dello splendore della fede.

Anche il teschio di Hirst vuole celebrare qualcosa: il trionfo sulla decadenza, sulla morte e quale modo migliore per farlo se non incastonando diamanti in un teschio? Quale modo migliore di ricordare costantemente la morte se non quello di rendere un suo simbolo brillante e costosissimo incastonandolo di diamanti puri? Ecco spiegato la geniale trovata di Hirst per obbligare la gente a riflettere su ciò che istintivamente rifiuta, ossia l’idea della morte: lo splendore dei diademi ha il compito, non troppo occulto, di esorcizzare la paura della morte e, in un certo senso, di negarla ma il teschio ricorda la sua costante presenza.

Davanti all’incertezza del valore di un diamante, Hirst si pone e pone delle domande: 

“Sono solo un po’ di vetro con significato metaforico accumulato? O sono veri e propri oggetti di suprema bellezza legati alla vita?”

L’artista spiega che le pietre mettono in evidenza il meglio e il peggio delle persone, che si uccidono a vicenda per i diamanti e le usa per sottolineare l’ossimoro proprio del dialogo tra la vita e la morte e tra la bellezza e la caducità di quest’ultima. 


Laura Muselli

Flavia Angelini