SENTO IL CUORE A MIMMO… SI, MA JODICE! (Special guest Luisa Paoli)


Non è forse vero che l’Attesa del piacere è essa stessa il piacere?

Attesa, opera 35, Mimmo Jodice,

No, non muovetevi

c’è un’aria stranamente tesa

un gran bisogno di silenzio

e siamo come in attesa.

 

No, non parlatemi

bisognerebbe ritrovare

le giuste solitudini

stare in silenzio ad ascoltare.

 

L’attesa è una suspense elementare 

è un antico idioma che non sai decifrare

è un’irrequietezza misteriosa e anonima

è una curiosità dell’anima.

 

E l’uomo in quelle ore

guarda fisso il suo tempo

un tempo immune da avventure

o da speciale sgomento.

 

No, non muovetevi

c’è un’aria stranamente tesa

e un gran bisogno di silenzio

siamo come in attesa.

 

Perché da sempre l’attesa è il destino

di chi osserva il mondo

con la curiosa sensazione

di aver toccato il fondo.

 

Senza sapere

se sarà il momento

della sua fine

o di un neo-rinascimento.

 

Non disturbatemi

sono attirato da un brusio

che non riesco a penetrare

non è ancora mio.

 

Perché in fondo anche il mondo nascente

è un po’ artista

predicatore e mercante

e pensatore e automobilista.

 

Il nuovo qualunquista

guarda anche lui il presente

un po’ stupito

di non aver capito niente.

 

L’attesa è il risultato, il retroscena

di questa nostra vita troppo piena

è un andar via di cose dove al loro posto

c’è rimasto il vuoto.

 

Un senso quieto e religioso

in cui ti viene da pensare

e lo confesso ci ho pensato anch’io

al gusto della morte o dell’oblio.

 

No, non muovetevi

c’è un’aria stranamente tesa

e un gran bisogno di silenzio

siamo tutti in attesa.

“L’immagine è ciò da cui sono escluso” lamenta Roland Barthes relativamente alla sfera amorosa, in cui le ferite più dolorose sono causate più da ciò che si vede che da ciò che si sa, dal momento che l’immagine non lascia spazio all’interpretazione personale, ma si pone come statuto incontrovertibile di realtà.

Mimmo Jodice, da ragazzo, legge una definizione simile di “fotografia”, descritta su un dizionario come mezzo di riproduzione fedele del reale: tutta la sua opera, dipanatasi in sessant’anni di carriera, tende alla destrutturazione del concetto meramente strumentale di fotografico e all’affermazione, di contro, della fotografia come linguaggio artistico. Forma e contenuto, significante e significato procedono ad unirsi inscindibilmente in uno sguardo che interroga il quotidiano, il sociale, il mito per problematizzare un’emozione.

In un’intervista del 2014, ad uno Jodice ottantenne, che afferma di avere tutto un archivio mentale di foto ancora da realizzare, viene chiesto quale sia un’immagine su tutte che anima la sua ricerca: “Il valore dell’attesa”, un tema su cui l’artista si era già esercitato nel 1960, restituendo nell’Opera 35, qui presa in considerazione, una profonda ambiguità interpretativa.

Che cos’è che si deve guardare? Il mare, il cielo, quell’orizzonte che in Jodice veste l’apparenza evanescente di un punto verso cui ogni cosa converge, ma dal quale in realtà tutto fugge?

Da dove si deve guardare? Dalla sedia appositamente disposta, accomodandosi sulla quale la vista resterebbe intralciata dalla ringhiera? Dal parapetto, che schiuderebbe lo sguardo sul belvedere lasciando l’osservatore scomodo, in piedi?

Chi è che deve guardare? È proprio qui, io credo, il centro focale della comunicazione dell’opera: l’osservatore non arriva, perché si trova dall’altra parte dell’obiettivo o al di là della foto esposta in mostra. L’immagine intrappola quindi l’essenza stessa dell’”Attesa”, del suo valore di suspense intesa quale stato di tensione tra la possibilità di due eventi contrapposti: la bomba esplode o non esplode? Chi deve guardare arriva oppure no?

Una simile concezione dell’attesa mi è parso di ritrovare in un’opera quasi sommersa di Giorgio Gaber, il cantattore italiano che agli inizi degli anni ’80 incide un recital, “Anni affollati”, nel quale, al solito, il Signor G si interroga su quel che osserva intorno a sé e tra i suoi pensieri.

“Attesa” è antico idioma che non si sa decifrare, una dimensione cognitivamente dissonante che innesca la curiosità, il desiderio di vedere e capire, risolvere il mistero del mondo offrendogli un nome, un confine. “Guai a presentarsi […]. Cambiare diventa difficilissimo”, ammonisce l’autore nella prosa incipitaria di “Anche per oggi non si vola”: attendere significa tendersi tra le due soluzioni del noto e dello sconosciuto, rimanere immobili su di un filo irrequieto allacciato tra la resurrezione e la morte.

Cosa, dove e perché si aspetti non interessa in fondo né Gaber né Jodice, impegnati piuttosto nella definizione assoluta dell’attesa come valore emozionale, rappresentazione di una stasi esistenziale che abbraccia i poli opposti del possibile lasciandoli intangibili.

Si tratta della condizione propria dell’arte, quella esclusione necessaria affinché il mondo lo si possa afferrare e manipolare e plasmare. E se è vero che l’artista vive dell’attesa, incide sul reale ponendosi al di fuori di esso, allora una sedia vuota e un’aria tesa non dicono che questo: il mondo che nasce è artista perché siamo tutti in attesa.

Luisa Paoli