MAN-RAY – L’EMMETT L. “DOC” BROWN DELL’ARTE

Penso che ancora non siete fronti per questa fotografia. Ma ai vostri figli piacerà

Semicit. Ritorno al Futuro

Space Writing (Self-Portrait), 1935 by Man Ray

Man-Ray, pseudonimo del pittore, fotografo e regista statunitense Emmanuel Radinski (Filadelfia 1890 – Parigi 1976) è tra i protagonisti del dadaismo Newyorkese. Si trasferì a Parigi nel 1921, dove si unì agli artisti dada e surrealisti, mantenendo costante, nei diversi ambiti, la ricerca e la sperimentazione di tecniche innovative che esaltassero le potenzialità espressive dei materiali.

La sua voglia di sperimentare e di rinnovare l’arte lo portarono ad avere un rapporto rivoluzionario e anticonformista con il prodotto artistico: iniziò ad usare l’aerografo in pittura, la fotografia (all’inizio come mezzo di riproduzione delle proprie opere), a creare oggetti caratterizzati sempre da precisi interventi, manipolazioni o assemblages.

Proprio con fotografia Man-Ray diede il meglio di sé come innovatore:  al tempo era una tecnica ancora poco conosciuta che gli permise di sperimentare, studiare e giocare con le ambiguità della tecnica fotografica, creando opere che nessuno aveva mai visto.

Attraverso uno stile forte ed irriverente il fotografo americano esalta l’intelligenza del mezzo: la macchina fotografica per Man-Ray rappresenta solo un pennello ausiliario. Non è più importante la riproduzione esatta della realtà, quanto l’esplorazione delle diverse possibilità creative dell’io: dai registri più onirici e surreali alla pantomima, al puro divertissement. Man-Ray ha usato la fotografia scomponendola al fine di guidarla su terreni ancora sconosciuti. I suoi lavori, permeati da uno sguardo ipnotico, sono capaci di reinventare una realtà assurda e di trasfigurare ogni cosa, aprendo le porte su un mondo misterioso.

E’ questo il caso di “Space writing (Self-portrait)” in cui Man-Ray usa una lunga esposizione per catturare diversi momenti in un’immagine e il passare del tempo mostrato nel movimento della sua luce della penna. Il risultato è una scena onirica in cui il ritratto dell’artista scrive nell’aria. E’ una fotografia fatta di piani che sembrano appartenere ognuno ad un tempo e ad uno spazio differente, slegati l’uno dall’altro, e contemporaneamente legati proprio da questa diversità, come persone di diverse naziononalità che pur parlando lingue diverse riescono a comprendersi reciprocamente. Dietro Man-Ray c’è una forma fatta di linee disegnate sul muro, la loro prospettiva tagliente e geometrica crea un piano invisibile davanti al muro. La scrittura della luce in primo piano produce in modo simile un piano altrettanto etereo. La fotografia disturba le normali relazioni spaziali impedendo allo spettatore di visualizzare uno spazio tridimensionale realistico.

Data la bidimensionalità dei piani, la percezione non è puramente spaziale ma temporale: le linee di luce nel primo piano bidimensionale tracciano i movimenti liberi di Man-Ray nel secondo piano bidimensionale, nell’arco del tempo di esposizione della foto, tutto racchiuso nel terzo piano del muro di fondo. 

La scrittura luminosa richiama il concetto di scrittura automatica, cara ai  i surrealisti per esprimere l’inconscio. Allo stesso modo gli scarabocchi di luce ricordano i disegni dei bambini, molto apprezzati dai surrealisti perché si pensava che i bambini fossero più in contatto con i loro impulsi, senza le restrizioni dettate dalle regole sociali e morali del tempo. Le linee davanti al corpo di Man-Ray sono le più bianche, luminose e circolari e suggeriscono che la luce è espressione del suo essere interiore, del puro inconscio dell’artista. Le linee di fondo, al contrario, sono nere, dritte, spezzate e sembrano uscire dalla sua testa sotto forma di forme, quasi fossero il prodotto razionalizzato e geometrico dell’inconscio. Sembra quasi che, ricorrendo a questa sperimentazione, abbia voluto fotografare i gesti fatti mentre si auto-dipingeva, mentre tracciava le linee che compongono la sua interiorità

E’ l’immagine di un ritratto interiore più che esteriore: l’artista gioca proprio con l’idea che un ritratto possa esprimere l’interiorità del soggetto rappresentato. A ben guardare, le linee luminose sembrano tratteggiare il contorno del corpo di Man-Ray che invece è completamente sfocato, quasi volessero sostituirsi completamente alla materia corporea.

Così Man-Ray esprime la sua identità di artista attraverso la scrittura della luce, ma prende anche in giro l’idea stessa che il ritratto convenzionale possa esprimere la sua interiorità.

La fotografia è in realtà una versione ritagliata dell’originale, in cui è chiaro che Man-Ray ha accuratamente impostato la cornice dello scatto che voleva produrre; eppure la fotografia mantiene un elemento di pura fortuna, perché l’aspetto finale della scrittura della luce era  praticamente impossibile da controllare. La cornice visibile nella fotografia originale aggiunge un altro livello alla serie di piani impostati dall’artista. Il ritaglio della versione di Bowdoin oscura quella impostata, in modo che il metodo di Man-Ray sia meno visibile, presentando invece l’immagine pura che l’artista voleva esprimere. 

Con “Space writing (Self-portrait)”, Man-Ray dona un nuovo significato e un nuovo input al ritratto che fin dal Quattrocento era diventato un genere autonomo e che ha sempre vissuto la dicotomia tra il riprodurre la realtà o un’idea di essa. 

L’artista ci fa proprio vedere, non solo immaginare, quel qualcosa che vada oltre ciò che si veda nel semplice ritratto, sceglie di rappresentare l’irrappresentabile, l’idea del sé interiore: mette in primissimo piano il valore e l’unicità di un individuo, se stesso, creando una specie di istantanea dell’anima. Se nel 1900 la tecnica più utilizzata per rappresentare se stessi in foto era quella di posizionare il treppiedi davanti ad uno specchio per cogliere solo l’estetica esteriore, Man-Ray fa molto di più: ritrae la sua personale estetica interiore rinunciando alla figura umana di cui rimane solo un’ombra appena percepibile. 

D’altra parte, volendo sperimentare le potenzialità della fotografia e della macchina, perchè si sarebbe dovuto accontentare di un risultato che poteva ottenere anche con la vecchia e cara pittura?


Laura Muselli