JEFF KOONS – LA BANALITA’ DEL SOCIALE


Jeff Koons
Art Magazine Ads (Art in America) 1988–1989
Tate and National Galleries of Scotland

Nato a York, Pennsylvania, nel 1955, Jeff Koons mostra di avere un grande talento per il disegno e la pittura già da bambino. Il padre, arredatore e decoratore d’interni, espone e vende i lavori del figlio nella showroom del proprio negozio. Proprio dal padre, Koons apprende il ruolo che il mercato gioca nell’arte, nonché l’importanza dell’auto-promozione.

Dopo essersi diplomato alla scuola d’arte di Baltimora, nel 1976, Jeff Koons si trasferisce a New York, dove inizia a lavorare come agente di borsa per finanziare la sua arte.

Il successo per Koons arriva negli anni Ottanta. Nei suoi lavori critica la cultura contemporanea guidata dal commercio, presumibilmente in risposta al senso di decadimento morale di quegli anni. Ironia della sorte, oggi Koons è uno fra gli artisti più quotati sul mercato; nel 2019, infatti, la sua scultura intitolata Rabbit è stata venduta all’asta per ben 91,1 milioni di dollari.

La serie intitolata Banality è una vera e propria celebrazione della cultura popolare e della banalità. La parola banalità descrive cose che sono ovvie, scontate e noiose. Usa soggetti improbabili –  come soprammobili di grandi dimensioni, giocattoli e celebrità – per prendersi gioco del gusto kitsch e dello stile di vita della classe media.

La serie comprende sculture in ceramica, porcellana e legno dipinto, che rappresentano icone e immagini simbolo della cultura popolare, come la pop star Michael Jackson in Michael Jackson and Bubbles, del 1988. In generale, queste opere sono contraddistinte da «grazia mielosa, cliché sessuali e tanto simbolismo cristiano».

Per la promozione della serie Banality, Koons appare, in varie pose volutamente auto-celebrative, in una campagna pubblicitaria pubblicata su quattro riviste d’arte. Le foto, che richiamano l’immaginario Hollywoodiano, hanno come presupposto la reputazione e la fama in ascesa dell’artista, che risponde in modo provocatorio all’ostilità che si aspetta di ricevere dalla critica. 

La foto pubblicata nella rivista Art in America è un preciso riferimento allo status delle celebrità, ma anche, più in generale, alla stravaganza e agli eccessi per cui il decennio viene spesso ricordato.

Al centro l’artista guarda fiero verso l’obiettivo. A conferma della sua fama, due giovani e belle ragazze in bikini si offrono allo sguardo suo e dello spettatore, come trofei. Gli viene offerta una torta, mentre è a cavallo di un pony impagliato, con in mano un bouquet di fiori arricchito da nastri e merletti. E’ un’immagine kitsch, falsa, patinata. Le due donne sono perfette, eccessivamente perfette, così come il paesaggio, la torta e il bouquet. L’artista è assolutamente padrone della situazione. Unica nota inquietante il pony impagliato: sembra quasi urlare e rompere la perfezione del quadretto idilliaco.

Così facendo, l’artista mette in discussione il valore di un’arte “aulica”, concepita e percepita come moralmente e intellettualmente superiore. Ancora oggi la percezione che abbiamo dell’arte è profondamente influenzata dalla concezione romantica di “Belle Arti”: un’arte figurativa, sacra e dignitosa, volta alla pura contemplazione. Si potrebbe ammirare la perfezione, la bellezza della scena, ma in realtà essa diventa stucchevole. Il linguaggio di Koons è spregiudicato, irriverente e dissacrante, proprio per denunciare i pregiudizi secondo cui accettiamo o non accettiamo una determinata opera come tale. 


Martina Pelusi