Droppin a Han Dynasty Urn, 1995

Ai Weiwei è un artista concettuale, performer, pittore, fotografo, regista, architetto e fervente attivista per i diritti umani.

Nasce nel 1957 a Pechino da Ai Qing (1910-1996) e Gao Ying (1933), due letterati. Il padre è stato uno dei maggiori poeti cinesi del Novecento, candidato più volte al premio Nobel. Alla fine degli anni cinquanta Ai Qing viene mandato in esilio con la famiglia e condannato ai lavori forzati. Potrà far ritorno a Pechino soltanto nel 1976.

Poco più che ventenne, l’artista si trasferisce a New York. Frequenta musei e gallerie ed è influenzato dall’approccio dissacrante di Andy Warhol  e dal concetto di ready-made nato con Duchamp: fare arte servendosi di oggetti di uso comune, sollevando un’importante riflessione su chi conferisce all’oggetto lo status di opera d’arte e la logica secondo cui l’oggetto acquisisce valore. 

L’aver trascorso buona parte della sua infanzia in esilio, confinato prima nel nord-ovest della Cina, poi nel deserto del Gobi, ha evidentemente influito sul rapporto, per lo più conflittuale, che Ai WeiWei ha con la tradizione e con l’arte antica cinese.

Un esempio di tale rapporto è Dropping a Han Dynasty Urn (Distruzione di un’urna della dinastia Han) del 1995, una controversa performance documentata da tre scatti fotografici in bianco e nero. Le tre foto immortalano l’artista, con indosso i panni tipici degli operai cinesi,  mentre fa cadere intenzionalmente una preziosa urna funeraria della dinastia Han vecchia di oltre duemila anni. 

L’assenza di colore e la semplicità del contesto e degli abiti dell’artista fa sì che tutta l’attenzione dell’osservatore ricada sul gesto, fissato al centro dell’inquadratura.

Quella di Ai è un’azione volutamente provocatoria e scioccante: con la distruzione del manufatto – che ha suscitato forte indignazione nel mondo dell’arte – distrugge il valore che altri avevano attribuito a questo recipiente.

Artista dissidente, in aperto contrasto col rigido governo cinese, Ai risponde alle polemiche con le parole del comunista rivoluzionario Mao Zedong: “l’unico modo per costruire un nuovo mondo è distruggere quello vecchio”.

Nel 1958 Mao aveva adottato una politica di collettivizzazione con l’obiettivo di trasformare la Cina nella più grande potenza mondiale nel giro di pochi anni. Una corsa folle allo sviluppo economico che secondo le stime ufficiali  è costata la vita ad almeno quarantacinque milioni di persone. Alla fame e alla brutalità delle milizie armate si aggiunge poi la distruzione di innumerevoli artefatti e luoghi di culto.

L’urna disintegrata di Ai WeiWei invita a riflettere sui concetti di conservazione e perdita dell’eredità culturale, ricordando a tutti i crimini commessi dal Paese, rimasto sotto regime dittatoriale per gran parte del XX secolo.

L’artista è noto anche per il suo impegno sociale a favore della libertà di espressione e dei diritti umani. Nel 2017 ha partecipato alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo primo film-documentario sui profughi e rifugiati di tutto il mondo, Human Flow.

Martina Pelusi