Letizia e la sua Battaglia


[…]Ed è così, tutti sudati, che abbiam saputo di quel fattaccio, di quei ragazzi morti ammazzati gettati in aria come uno straccio, caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo che se non serve per cose buone può diventare così cattivo che dopo quasi non resta niente.
Minchia signor tenente […]


– G. Faletti, Signor Tenente

Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, Palermo, 1993

Letizia Battaglia nasce a Palermo nel 1935, l’anno in cui il Regno d’Italia attacca quello d’Etiopia e l’anno delle Leggi di Norimberga, che comprendevano la “legge per la protezione del sangue e l’onore tedesco”. 

Sempre Letizia Battaglia inizia la sua carriera da fotoreporter durante gli Anni di piombo, il periodo che ha visto la nascita delle Brigate Rosse e la strage di Piazza Fontana.

Ancora Letizia Battaglia ha fotografato innumerevoli omicidi di matrice mafiosa, ma anche donne bellissime e bambini innocenti della sua amata Palermo. 

“Nomen Omen”, si diceva nell’antica Roma, quando si credeva che il destino di una persona fosse legato al suo nome per via di qualche presagio o congiunzione astrale e crederci nel 2020 sembra assurdo, ma davanti alla signora Battaglia non possiamo fare altrimenti. Ci troviamo a parlare di una giovane poco più che trentenne che non ha avuto paura di entrare in un giornale quando la redazione era tutta al maschile; di una fotografa che non ha esitato ad immortalare l’arresto di Leoluca Bagarella, spietato killer e cognato di Totò Riina, che non ha distolto lo sguardo davanti a corpi esanimi, le cui vite erano state prese dalla mafia; di una mamma che ha fotografato bambini innocenti che maneggiavano armi; di una donna che ha contribuito a sgretolare il muro di omertà che proteggeva la mafia siciliana.

“Nomen Omen”, dicevano i romani, e noi, nel 2020, lo diciamo ancora parlando di Letizia Battaglia. 


È come se Palermo nel suo disordine fosse un input etico, morale, per chi vive fuori. Suscita rabbia e amore e fa venire voglia di intervenire.

– Letizia Battaglia

Sfidiamo chiunque a non provare gli stessi sentimenti descritti dall’artista e, soprattutto, sfidiamo chiunque a non provarli dopo aver osservato attentamente le sue fotografie, dopo essersi calati in quella che è la Palermo delle marcate differenze sociali, della mafia e della morte di chi, a quest’ultima, voleva tagliare le ali. 

 

Il 23 maggio 1992 è uno di quei giorni che viene ricordato anche da chi non può averne memoria, ma la storia inizia qualche mese prima, quando, tra il settembre e il dicembre 1991, Cosa Nostra si riunisce e decide di eliminare una serie di obiettivi impegnati contro la lotta alla mafia. Per loro erano nemici, per noi eroi. 

In una di queste riunioni venne pianificato l’attentato alla persona di Giovanni Falcone, eseguito proprio il 23 maggio 1992. Alle ore 17:57, mentre le auto del magistrato e della sua scorta stavano percorrendo un tratto della A29 che gli attentatori fecero esplodere. 

Quel giorno morirono, insieme a Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.  

 

Siamo nel 1993, a un anno di distanza dalla strage di Capaci e da quella di Via D’Amelio, dai funerali di stato e dall’inizio dei processi. 

Siamo a un anno di distanza dalla morte di Vito Schifani e dalle parole di sua moglie, Rosaria, alla mafia: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio…”

Un anno non basta per superare un lutto, non basta una vita e Letizia Battaglia nel 1993 sceglie di ritrarre il volto di questa vedova e consegnarlo alla storia. 

 

Il ritratto di Rosaria Costa, vedova Schifani, è in bianco e nero, come tutti gli altri scatti della Battaglia, che sceglie di non usare il colore per paura di togliere attenzione al messaggio, il protagonista indiscusso di ogni sua fotografia. 

Il volto della donna è diviso a metà dal chiaroscuro, scelta che rende ancora più difficile concentrarsi sulla bellezza indubbia del volto e non notare il dolore, la sofferenza di una moglie alla quale è stato strappato l’uomo amato da un’esplosione.

I suoi occhi sono chiusi, non possono ricambiare lo sguardo che noi le posiamo addosso, eppure ci sentiamo osservati, la nostra anima viene scavata da due occhi lucidi che ricordiamo, ma che in questa fotografia non vediamo. 

Anche la sua bocca è serrata, ma chi, davanti a questo ritratto, non sente grida laceranti di dolore? Chi non sente la voce rotta dal pianto di una vedova coraggiosa che si rivolge direttamente ai mafiosi?

 

Letizia Battaglia è ricordata come “la fotografa della mafia”, etichetta che lei non si sente e che, un po’, disprezza. Certo, ha fotografato mafiosi, ha fotografato omicidi di matrice mafiosa, magistrati, quelle che lei stessa chiama “le cose della mafia”, ma non è solo questo. 

Letizia Battaglia crede nella verità, nella giustizia sociale, nel potere delle donne e nell’impegno contro la mafia, che è una cosa diversa dall’essere fotografa della mafia. 

Il ritratto a Rosaria Schifani, forse, è una summa di tutti i suoi tratti: è il dramma del vivere a Palermo, città piena di contraddizioni; è la morte di un marito, ma anche quella di tutti gli altri obiettivi della mafia; è il ricordo di funerali di stato, di lacrime e grida strazianti; ma è anche la difficoltà e la bellezza di essere donna, la forza che c’è nell’essere donna e, soprattutto, è il coraggio di perdonare. 

Tutto concentrato in un’unica immagine silenziosa e che allo stesso tempo grida dolore e giustizia.

Flavia Angelini